domenica 1 marzo 2009

Richard Powers, un'intervista



Per alcuni il tema è ozioso, per altri dovrebbe essere l'argomento di ogni riflessione che ancora ambisca a definirsi filosofica. Di cosa stiamo parlando??? Della coscienza, ovviamente!!!...Dopo la dissoluzione del soggetto l'ultimo baluardo a cui ci avvinghiamo nel difendere la credenze sostanzialistica del nostro esserci è legato proprio alla coscienza. Cos'è???Come la possiamo definire??? Cosa possiamo leggere ancora di interessante sull'argomento??? Qui, però, non voglio segnalare uno dei tanti saggi che quasi giornalmente vengono pubblicati sul tema e nemmeno un filosofo della mente, un neuro scienziato o un cognitivista ma uno scrittore di narrativa, Richard Powers. Quest'ultimo, americano, è la vera rivelazione di questi ultimi anni di produzione narrativa d'oltreoceano. Il suo mescolare diversi generi letterari con un approccio che è insieme da narratore e da scienziato lascia stupefatti oltre che terribilmente coinvolti con i temi e le vicende narrate.Ogni suo lavoro ha come tema la ricerca di cosa definisca la coscienza di ogni essere umano e la sua stessa umanità. "Sul New York Times Book Review Daniel Mendelsohn ha scritto che i suoi libri sono una specie di «istallazione letteraria nella quale opere d' arte, riflessioni teoriche, plot e subplot, disquisizioni sulla storia intellettuale e letteraria, storie di paesi e aziende» illuminano un tema nascosto. La lettura de Il Fabbricante di eco, uscito in Italia da Mondadori con traduzione di Giovanna Granato conferma questo particolare approccio espressivo, che nasconde il tema della coscienza individuale per analizzarlo attraverso illuminazioni folgoranti. Il romanzo è stato accolto in America da recensioni unanimemente positive (il New York Times lo ha definito «magnifico» e il Washington Post ha parlato di un «formidabile talento»), ma probabilmente l' articolo più lusinghiero è quello apparso sulla New York Review of Books, nel quale Margaret Atwood ha proclamato che «se Powers fosse nato nell' Ottocento sarebbe stato Melville e avrebbe scritto Moby Dick" (la repubblica). Io non posso che presentarlo in attesa di recensire "il Fabbricante di eco" che sto leggendo. Di seguito un'intervista, tratta dal Manifesto, che è un modo di presentare l'autore facendolo parlare di sè, della sua narrativa

VALERIA GENNERO INTERVISTA RICHARD POWERS
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 15 luglio 2008 col titolo "Richard
Powers. Lo specchio di un trauma collettivo" e il sommario "Incontro con lo
scrittore americano di cui e' appena uscito, per Mondadori, l'ultimo romanzo
intitolato Il fabbricante di eco. La vicenda - che ha inizio subito dopo gli
attacchi alle torri gemelle e si conclude con l'invasione dell'Iraq -
riguarda un uomo colpito da una rara patologia neurologica"]

Puo' darsi sia stata la complessita' filosofica delle sue opere ad aver
tenuto finora Richard Powers lontano dal grande successo di pubblico. In
compenso i nove romanzi pubblicati a partire dal 1985, anno in cui esordi'
con Tre contadini che vanno a ballare, hanno accumulato riconoscimenti
prestigiosi, il piu' recente dei quali e' il National Book Award ricevuto
nel 2006 per Il fabbricante di eco, appena uscito per Mondadori (pp. 573,
euro 20, trad. di Giovanna Granato). La critica statunitense indica da tempo
Powers come l'erede piu' accreditato e brillante della generazione nata
negli anni '30, quella di Thomas Pynchon, di Philip Roth e soprattutto di
Don DeLillo, cui lo lega un debito intellettuale che Powers non esita a
riconoscere.
Il tentativo di far dialogare la cultura umanistica e quella scientifica
dimostrandone la necessaria, imprescindibile interazione, e' uno dei temi
ricorrenti della produzione narrativa di Powers. In passato i suoi
personaggi si sono trovati coinvolti in controversie su questioni come
l'Intelligenza Artificiale e il test di Turing (Galatea 2.2.), o i
retroscena della scoperta della struttura chimica del Dna (The Gold Bug
Variations). Le ricerche sulla seconda legge della termodinamica di David
Strom, un fisico ebreo tedesco rifugiatosi negli Stati Uniti per sfuggire al
nazismo, erano invece alla base del monumentale Il tempo di una canzone
(2003), in cui Powers rende omaggio all'esempio di Pastorale americana di
Roth e a Underworld di DeLillo, per riscrivere la storia statunitense del
dopoguerra a partire dalle profonde cicatrici impresse dalla violenza
razziale sul corpo della democrazia americana.
Nel Fabbricante di eco Powers sposta la sua attenzione dalla fisica alle
neuroscienze, mentre la collocazione temporale e' saldamente ancorata ai
mesi immediatamente successivi all'attacco dell'11 settembre. Nel febbraio
del 2002 Mark Schluter, un operaio di ventisette anni, rimane coinvolto in
un grave incidente stradale a Kearney, in Nebraska. Quando si risveglia dal
coma Mark e' convinto che sua sorella Karin, che da settimane lo assiste in
ospedale, sia stata sostituita da una sosia. In seguito al trauma il giovane
ha infatti sviluppato un raro disturbo neurologico, la Sindrome di Capgras,
responsabile di generare nei pazienti la convinzione che le persone a cui
sono affettivamente legati siano state rimpiazzate da accuratissime
imitazioni. Dopo alcune settimane Karin, disperata, contatta Gerald Weber,
neurologo di chiara fama e autore di numerosi studi divulgativi di successo
(a cui Powers attribuisce i lineamenti di Oliver Sacks e molte delle
pubblicazioni di V. S. Ramachandran). Weber raggiunge il Nebraska sperando
in un nuovo caso clinico esemplare, ma si trovera' progressivamente
coinvolto in una vicenda piena di lati oscuri, in cui gruppi ecologisti,
speculatori edilizi, giornalisti e misteriosi angeli salvifici danno luogo a
una danza difficile da decifrare, sullo sfondo della migrazione delle gru
canadesi che ogni anno nel cuore dell'inverno fanno tappa nei dintorni di
Kearney, lungo il fiume Platte, dirette verso l'Alaska. Proprio nella storia
delle gru - che apre ogni sezione del romanzo - troviamo un primo indizio
per decifrare gli enigmi del titolo. Ma lasciamo che sia Richard Powers a
guidarci nella lettura del suo libro.
*
- Valeria Gennero: All'inizio del romanzo scopriamo che Fabbricante di eco
(Echo Maker) e' il nome che alcune tribu' indiane assegnavano alle gru in
virtu' della potenza del loro verso. Come mai ha scelto di attribuire a
questi uccelli un ruolo cosi' centrale nel romanzo?
- Richard Powers: In alcune tradizioni le gru sono considerate una specie di
divinita', incaricate di trasportare le anime, proprio a causa del modo in
cui il loro verso sembra rimbombare dal profondo. Il nome indiano ci invita
a riconoscere in questi animali un'eco dell'intelligenza umana e dei
meccanismi della coscienza. Nel corso del romanzo infatti il titolo si
affranca dal riferimento iniziale alle gru per suggerire invece che la
creazione di eco e' alla base dell'attivita' cerebrale, l'eco costante del
mondo che i nostri cervelli creano e in cui noi viviamo.
*
- Valeria Gennero: Il parallelismo tra la coscienza umana e quella animale
e' qualcosa che i personaggi del romanzo arrivano a cogliere gradualmente.
Gerald Weber, lo scienziato, e' quello che fa piu' fatica a riconoscere nel
comportamento delle gru la presenza di un segreto che lo riguarda.
- Richard Powers: Si', e' Karin a mostrarglielo, quando di fronte alle
centinaia di gru confluite sulle rive del fiume gli dice "Lo vedi? Tutto
danza". Ed e' allora che Gerald, fissando lo sguardo in quello di una gru,
si rende conto delle affinita', spesso negate, con le altre forme di vita.
Chiunque abbia mai guardato negli occhi un altro essere senziente e abbia
intravisto la presenza di qualcosa di riconoscibile pur nella sua assoluta
differenza ha gia' provato in parte il senso di straniamento, lo stato di
misidentificazione (o sindrome di Capgras) che costituisce la metafora
centrale del romanzo. Quello che Weber osserva, venendone a sua volta
osservato, e' un altro genere di eco: forme ancestrali di intelligenza che
sono ancora in noi, i fondamenti evolutivi del nostro cervello. Il problema
e' che queste strutture sono seppellite dentro di noi, sommerse da strutture
corticali piu' recenti, di livello "piu' alto", che ci rendono incapaci di
comunicare non solo con gli animali, ma anche con una gran parte di noi
stessi.
*
- Valeria Gennero: Leggendo Il fabbricante di eco si ha l'impressione che
l'identita' non possa essere se non una forma di autoinganno. E' d'accordo?
- Richard Powers: Il problema e' che noi ci consideriamo integri, coerenti e
continui. Pensiamo che l'immagine che ci facciamo del mondo esterno sia
immutabile, attendibile. Ma non siamo gli stessi neppure da un momento
all'altro, da un avvenimento a quello successivo. Ogni contatto ci cambia.
Mettiamo in scena noi stessi in modo diverso ogni volta che incontriamo
qualcuno. La neuroscienza contemporanea ci spiega che il cervello e' un
parlamento rumoroso e caotico, in cui si fronteggiano senza pausa centinaia
di sottosistemi neurali. Il lavoro della coscienza e' quello di creare, da
quel baccano scoordinato, un'illusione di continuita' e solidita'. Il se' e'
un'improvvisazione sempre fluida. Un'interruzione tra due sottosistemi
cerebrali puo' rovesciare l'intera costruzione della realta': le persone
perdono la capacita' di identificare oggetti familiari. Non riescono piu' a
individuare la differenza tra due volti, non sanno se le mele sono piu'
grandi o piu' piccole di un pallone. In alcuni casi negano che il loro
braccio sinistro gli appartenga, in altri sviluppano la convinzione che le
loro case siano state sostituite da copie perfette. Certi pazienti credono
di essere ciechi mentre non lo sono, oppure al contrario non ammettono una
cecita' conclamata. Tuttavia, anche senza che siano presenti delle patologie
cerebrali, ognuno di noi sperimenta in forma lieve sindromi analoghe come
parte del funzionamento regolare della coscienza.
*
- Valeria Gennero: Ma esiste, secondo l'idea che ha derivato dalle sue
letture, la possibilita' di pacificare questo parlamento rissoso? E'
possibile individuare dei punti fermi, dei valori di riferimento?
- Richard Powers: In un certo senso si'. Se, come dicevo, i nostri se' sono
in parte il prodotto di un'interazione che ci vede protagonisti insieme agli
altri e per mezzo degli altri, allora forse e' solo attraverso la coesione
sociale e il contatto che noi siamo messi in condizione di creare triangoli
e dunque di stabilizzare provvisoriamente il nostro Io nel flusso
ininterrotto delle narrazioni. Detto in modo piu' romantico:
l'interdipendenza umana e l'amore ci richiamano ai se' che non smettiamo mai
di perdere.
*
- Valeria Gennero: I tre protagonisti pero' con il passare dei mesi sembrano
sempre piu' convinti che non sia in effetti possibile entrare in contatto
con gli altri esseri umani. Alla fine abbiamo l'impressione che la distanza
tra la patologia di Mark e la "normalita'" di Karin e Weber sia come
cancellata, e che ognuno si ritrovi imprigionato nella propria gabbia
percettiva.
- Richard Powers: Tutti i personaggi scoprono che ogni narrazione del se' e'
una finzione, si accorgono di essere rinchiusi nelle loro camere d'eco
interiori. Eppure qualcosa e' cambiato, si sono trasformati a vicenda. Hanno
rinunciato al loro senso di continuita' e di integrita' personale per
abbracciare invece questo flusso ininterrotto di negoziazioni che avvengono
non solo dentro ognuno di loro ma anche tra di loro. Noi non siamo quello
che pensiamo di essere, e non possiamo sapere che cosa significa essere
intrappolati nella stanza chiusa della coscienza altrui. Eppure proprio
questo rovesciamento di prospettiva e' il punto di partenza per dare senso
alle cose che facciamo. C'e' una vecchia barzelletta americana in cui
qualcuno racconta a un amico: "Mio fratello e' pazzo, pensa di essere una
gallina". L'amico gli risponde: "Perche' non lo porti da uno psichiatra?",
al che il narratore risponde: "Non posso, altrimenti poi le uova chi me le
fa?".
*
- Valeria Gennero: Quella personale non e' pero' l'unica configurazione
identitaria ad apparire in crisi. In un'intervista lei ha raccontato come
sia diventato difficile, dopo il Patriot Act e Abu Ghraib e Guantanamo,
riconoscersi in un'America sempre piu' difficile da conciliare con l'idea di
democrazia.
- Richard Powers: Non e' un caso che la vicenda narrata nel Fabbricante di
eco abbia inizio subito dopo gli attacchi alle torri gemelle e si concluda
con l'invasione dell'Iraq. La storia della sindrome da misidentificazione di
Mark Schluter diventa, se non proprio una metafora di questa lunga fase di
defamiliarizzazione della sfera pubblica statunitense, almeno un suo
riflesso: un esempio di quanto sia facile persino per la coerenza narrativa
di un'identita' pubblica e condivisa - religiosa, familiare, nazionale -
ritrovarsi in mille pezzi. Cosi' come accade a molti di coloro che si
trovano oggi a vivere negli Stati Uniti, tutti i personaggi del romanzo
provano quotidianamente un forte senso di disorientamento politico. E' un
po' come quando Mark dice: "questa donna assomiglia a mia sorella, parla
come mia sorella, si muove come lei, eppure io non sento nulla per lei":
l'assenza di emozioni porta Mark a credere che Karin sia in realta' una
simulatrice, coinvolta in un complotto ai suoi danni. Allo stesso modo,
vivere nell'America di Bush spesso mi fa venire in mente i sintomi del
Capgras: "questo sembra il mio paese, parla come il mio paese, si comporta
come se fosse il mio paese eppure e' un posto che non riesco piu' a
riconoscere. Non puo' che trattarsi di un'impostura, dev'esserci stata una
sostituzione". Gli Stati Uniti sembrano oggi, a giudicare dalle loro azioni
unilaterali all'estero, vittime di un autoinganno persistente che li ha
separati dalla famiglia delle nazioni. In questo senso il libro e' anche
l'esplorazione di una derealizzazione collettiva. La mia speranza e' che il
commento di Luria che ho scelto come epigrafe del romanzo "Per trovare
l'anima e' necessario perderla" - sia valido, oltre che per l'identita'
personale, anche per quella nazionale. E che l'America sia finalmente sul
punto di intraprendere il lungo e difficile cammino per ritrovare la propria
anima.

giovedì 22 gennaio 2009

Che cos'è la storia???la risposta di Paul Ginsborg

...che cos'è il metodo storico? Il metodo storico è una tensione fra una strategia di racconto e la documentazione disponibile allo storico...

Il dibattito riguardante la natura epistemologica della storiografia è quanto mai vivo.E' un genere letterario al pari della letteratura?Ha qualche pretesa di scientificità (volendo con ciò significare che può pretendere qualche risultato veritativo)? La questione ha avuto un'impennata, ormai qualche anno fa, a seguito della pubblicazione di metahistory di Hayden White, uno storico che in questa opera sostiene che la storiografia è una forma di retorica, quindi un genere persuasivo, molto simile alla letteratura.Recentemente a queste tesi si è opposto tra gli altri carlo Ginzburg che ha parlato di retorica con prova (ma discuterò in seguito del volume in cui sviluppa tali tesi).Di seguito propongo il link ad un'intervista rilasciata da Paul GInsborg davanti ad una classe di liceo.Il tema è la natura del racconto storico.

http://www.emsf.rai.it/grillo/trasmissioni.asp?d=343

sabato 17 gennaio 2009

L'abitudine ci nasconde il vero aspetto delle cose
M.de Montaigne
Sinceramente nn credo che ci sia qualcuno che, con una seppur minima cognizione di filosofia novecentesca, non "storcerebbe" il naso (e anche qualcos'altro)davanti all'affermazione di Montaigne, per lo meno leggendo il termine "vero". Come ormai ben sappiamo, quest'epoca neo-scettica, ha messo (o per lo meno crede di) una solida pietra tombale su quel principio primo che, forse più di tutti, ha guidato e condizionato l'esperienza linguistica del mondo di noi occidentali:la verità. Bene, qualche riflessione. Indubbiamente, al di là delle più diverse teorizzazioni, il concetto che sta dietro il termine V.(verità) nn è morto, almeno nella quotidiana organizzazione che si da la nostra società. E' vero che hai contratto un mutuo?? E' falso che l'abbassamento del tasso di interesse variabile condizionerà la rata di questo mese? é vero che se non ti diplomi entro fine mese non avrai diritto all'ingresso nelle graduatorie? E' vero...??.Questi esempi servono a tenerci bene in mente come la V. sia uno dei termini verso cui tendono la maggior parte delle nostre discussioni ordinarie. Detto questo, che esprime il bisogno di V. della nostra quotidina esistenza, dobbiamo anche considerare quella consapevolezza, più o meno meditata, che si va facendo largo nella società post-moderna:la V.nn esiste...almeno è quanto ci ripete buona parte della filosofia continentale novecentesca...e allora??? Credo che lo iato tra i due aspetti della vicenda riguardi il carattere ineliminabile della configurazione linguistica del nostro esperire la realtà; questo carattere necessità di alcuni a-priori (la V. è uno di questi) che regolano e organizzano le modalità attraverso le quali si svolge quello che con Wittgenstein potremmo chiamare un gioco, il gioco del nostro stare al mondo. Detto questo, però, nn dobbiamo dimenticare che una delle caratteristiche (forse la caratteristica) del nostro sistema cerebrale, come in questi giorni i lettori italiani possono evincere da "Anelli dell'Io..." di Hofstadter (che presto recensirò), è il suo carattere ricorsivo, quindi la sua capacità di volgere su se stesso il suo sguardo. In realtà ciò che non esiste è l'Io come sostanza (per questo ricorre in questi blog il termine vacuità,esso è semplicemente un prodotto inevitabile ("emergente") di avere una coscienza sufficientemente complessa da potersi osservare, proprio come l'aritmetica è sufficientemente complessa da poter definire (una struttura isomorfica a) sé stessa al suo interno. Gli "strani anelli" sono proprio questi: strutture che si rivolgono dentro sé stesse a un livello sempre ulteriore.Definito ciò credo si possa discutere, e accettare il concetto di Verità, pur nella consapevolezza del suo essere un principio primo imperfetto, una vacuità necessaria al nostro esperire il mondo.

sabato 3 gennaio 2009

Differenti vacuità

Inizio a presentare un blog, quello segnalato e raggiungibile dal link qui accanto, che si affiancherà a "la luce della Vacuità". Si tratterà di un immenso contenitore teso alla presentazione della realtà che ci circonda...quindi libri, ovviamente, in quanto sn le finestre prime sulla ns realtà, ma anche interventi di denuncia, di critica politica, di Critica ontologica dell'attualità, come voleva il ns Foucault, al fine di mettere in discussione l'ovvio. Si parlerà poi di teologia e di critica biblica, troppo dimenticata tra gli ordini dei discorsi in voga...ancora nn mancherà la musica, il cinema, la narrativa, la letteratura,la psicologia, le religioni, e...altro ancora!!!!Il fine è quello di offrire uno spaccato in divenire, magari nn eccessivamente ovvio, della realtà che ci circonda. Sempre con la consapevolezza che nulla è ma che tutto è vacuità...spero seguirete anche questo spazio come avete seguito "la luce della vacuità".

Patrick Fogli



La presentazione che segue questo mio intervento è tratta da Griselda Online, un interessante portale di letteratura. Utilizzo l'articolo per presentare uno degli scrittori, emergenti, più interessanti d'Italia, almeno a mio giudizio.Dei libri ne parlerò in seguito, per adesso, per l'appunto, vorrei segnalarvi lui...(altro che "solitudine dei numeri primi"...)
"Patrick Fogli, bolognese, classe 1971, con soli due romanzi si è imposto all’attenzione di pubblico e critica come uno dei giovani autori più interessanti nel panorama del genere noir. Storie dure e complesse, personaggi alla perenne ricerca di se stessi, atmosfere più malinconiche che cupe, dentro una scrittura dalle ampie volute, sensuosa, leggibilissima.
La lunghezza non lo spaventa: 445 pagine il romanzo d’esordio, Lentamente prima di morire, 572 il secondo, L’ultima estate d’innocenza. Forse è anche per questo, per la voracità inclusiva delle sue trame, dove tuttavia nulla appare superfluo, che un critico esigentissimo come Giovanni Pacchiano ha dimostrato di apprezzarlo incondizionatamente, usando aggettivi per niente parziali come “mitico” o “immenso”.
Viene da pensare a James Ellroy, a David Peace, scrittori bulimici abituati ad affondare le loro vicende dentro metropoli disperate, dove l’oscuro legame tra bene e male, e insieme la stoffa dei personaggi, giustifica il numero cospicuo di pagine.
Invece le storie di Fogli sono ambientate a Bologna, ormai sfondo privilegiato per un buon numero di romanzi polizieschi (si pensi a Loriano Macchiavelli o a Carlo Lucarelli"

martedì 30 dicembre 2008

Il prof.va al congresso di D.Lodge



Umberto Eco ne ha fatto una presentazione a dir poco lusinghiera...ne parla come di un classico. Qual è il soggetto direte voi??? Sto parlando del romanzo "il Prof.va al congresso" di David Lodge. DEll'autore ne riparlerò, adesso il romanzo!!!Ecco qualche cenno sulla trama...innanzitutto c'è la vita accademica, si, si l'universo universitario visto, però, dall'ottica dei docenti...a dir la verità qui si discute di docenti piuttosto affermati nell'ambito della critica letteraria.Si discute di strutturalismo, post-strutturalismo, Yeats, Shakespeare, hazlitt, Derrida...direte:dove sta la grandiosità dell'opera????Sta nell'ironia con cui viene presentato questo mondo, allorquando si riunisce per i congressi che continuamente scandiscono la vita dei docenti. Lo humor è quello inglese, quindi è probabile che noi italiani nn ci troveremo a sghignazzare come davanti a uno dei Fantozzi ma, credetemi, si ride di gusto...il romanzo si articola seguendo le vicende di alcuni prof. che tra un discorso sul testualismo e una chiacchiera sulla metonimia pensano, soprattutto, a correr (letteralmente)dietro alle donne, alla loro virtù...alla fine resta una consapevolezza, anche le menti più elevate di questo globo, sn sempre animali razionali...

lunedì 29 dicembre 2008

pensiero e ragionamento di Johnson Laird

Allego di seguito un articolo tratto dal Corriere della Sera su Johnson laird, uno dei più importanti scienziati cognitivi in circolazione, l'autore della teoria dei "Modelli Mentali".

Incontro con Nicholas Johnson-Laird di Princeton considerato un «maestro del pensiero»
«Ecco, vi insegno a ragionare»
I modelli mentali che ci aiutano a decidere tra vero e falso Impressione «Spesso ci si ferma davanti ad una soluzione perché sembra la più verosimile»

Stella di prima grandezza nel firmamento della psicologia del ragionamento, Philip Nicholas Johnson-Laird (Phil per gli amici) è attualmente professore all' Università di Princeton, ma inglese per nascita, per formazione, per carriera, e soprattutto per quel suo stile elegante, compassato e insieme cordiale. Con l' Italia ha legami accademici e personali antichi e robusti, parla la nostra lingua correntemente, ci visita almeno un paio di volte all' anno e ha pubblicato più lavori scientifici su riviste scientifiche internazionali con colleghi italiani che non con tutti i suoi collaboratori di altri Paesi messi insieme. Ad esempio, con Amelia Gangemi (Cagliari) e Francesco Mancini (Roma) Phil ha di recente pubblicato su Psychological Review un importante lavoro che dimostra come le persone che hanno una tendenza alla patologia mentale - depressione o ossessione - ragionano meglio e non peggio delle persone normali, almeno quando ragionano sui temi su cui sono, purtroppo, esperti come, ad esempio, la colpa o la paura. In un' intervista in esclusiva Phil aggiunge: «Va a farsi benedire, quindi, la teoria di Aaron Beck (noto psichiatra americano) secondo la quale causa delle nevrosi sarebbe un difetto nel ragionare». La fama di Johnson-Laird riposa soprattutto sulla sua teoria dei modelli mentali. Il suo classico libro dal titolo omonimo (edizione italiana Il Mulino 1988) esiste in numerose traduzioni in varie lingue. Mi è capitato di sentir usare l' espressione «modelli mentali» perfino in riunioni di dirigenti di industria. Che cosa sono questi modelli mentali? Basti un semplice esempio (che Phil ha escogitato, tra tanti, insieme al suo collega informatico Sabien Favary): Consideriamo una mano di carte che noi non possiamo vedere, ma sappiamo con certezza che una delle due seguenti affermazioni è vera, mentre l' altra è falsa: (1) Se c' è un re, allora c' è anche un asso. (2) Se non c' è un re, allora c' è un asso. La maggioranza dei soggetti così testati conclude che c' è un asso. Strano, perché, ragionando a dovere, se la prima affermazione è falsa, allora c' è un re, ma non un asso. Se la seconda è falsa, allora non c' è nè un re, nè un asso. La maggioranza sbaglia, quindi. Ma gli psicologi del ragionamento non sono qui per bocciare, nè per dare premi ai più intelligenti, vogliono, piuttosto, spiegare perché la maggioranza sbaglia. Ebbene, quando ragioniamo, nella nostra mente si crea spontaneamente, appunto, un modello. Nel nostro modello vengono rappresentate solo le possibilità che rendono le premesse vere, non quelle che le rendono false. Rappresentate solo quelle possibilità (cioè la presenza di un re con un asso, e l' assenza di un re con un asso), contrariamente a quanto precisa il testo, ne concludiamo che c' è un asso. In altre parole, nella nostra mente, non ci sono autostrade dirette per i contro-esempi, le negazioni e le falsità. Si passa sempre per la strada di ciò che è vero, o perlomeno potrebbe essere vero. E troppo spesso ci si ferma lì. Infatti, per nostra natura, riteniamo che un solo modello mentale sia meglio di due, due meglio di tre e così via. Quindi, economia mentale ed errore, spesso, ma non sempre, vanno di pari passo. A parte le innumerevoli onorificenze chiedo a Phil di presentarsi nella sua essenza di studioso: «Da studente (ma ho iniziato tardi, quasi trentenne, dopo aver fatto un po' di tutto, compreso il contabile nei cantieri edili e il pianista jazz) studiavo psicologia e filosofia, ma la mia vera formazione avveniva durante i week-end, quando leggevo i testi di Bertrand Russell, e partecipavo a manifestazioni pacifiste, guidate da Russell, per il bando delle armi nucleari. In quanto studioso della psicologia del ragionamento, cerco di integrare esperimenti, teoria e simulazioni su calcolatore». Potrebbe, in termini semplicissimi, spiegarci cosa sono i modelli mentali? «Quando ragioniamo, ci rappresentiamo le possibilità e costruiamo un modello di com' è il mondo, un po' come un architetto si rappresenta mentalmente il futuro edificio. Rappresentiamo l' insieme, ma non i dettagli. Ciò che omettiamo spiega molti dei nostri errori di ragionamento. Il fattore più frequente e più importante che causa errori è il non considerare alcune possibilità». E aggiunge: «Come e' stato per la guerra in Irak». Il Mulino ha appena pubblicato la traduzione italiana del suo recente libro «How we reason» (titolo italiano «Pensiero e Ragionamento»). Chiedo a Phil di riassumere le novità che il libro contiene: «Sono applicazioni della teoria dei modelli mentali alle emozioni, le credenze, le malattie mentali e svariati tipi di ragionamento nella vita ordinaria. Per finire, gli chiedo quale rovello mentale, quale curiosità profonda lo abbia sospinto costantemente nelle sue ricerche: «Fino da quando ero studente volevo svelare il mistero del pensiero, di come noi pensiamo. Allora ne sapevamo ancora meno, nessuno insegnava corsi sul ragionamento. Ma resta per me ancora misterioso cosa mi abbia sospinto verso questo mistero.» * * * Alla prova Il test dei cinque cappelli Ci sono tre sventurati, sulla testa di ciascuno dei quali poniamo un cappello: o bianco o nero. In questo gioco, esistono solo tre cappelli bianchi e due neri. Nessuno dei tre può vedere di che colore sia il proprio cappello, ma ciascuno deve ragionare giusto, pena la morte. I tre sono in uno strettissimo corridoio, in fila indiana, e non possono voltarsi. Possono solo dichiarare il colore del proprio cappello, se lo hanno indovinato, o dichiarare onestamente «non lo so». Niente altro. La prima persona, chiamiamola A, vede il colore dei cappelli degli altri due. La seconda, chiamiamola B vede solo il colore del capello della terza (chiamiamola C). C non vede nessun cappello. A dichiara «non lo so». B, che ha udito la dichiarazione di A, dice anche lui: «non lo so». C ha sentito le dichiarazioni di entrambi. Cosa dirà C? Soluzione C concluderà correttamente che il proprio cappello è bianco. Perché? A ha dichiarato: «non lo so», quindi non può aver visto due cappelli neri, in quanto avrebbe, altrimenti, dichiarato «lo so, il mio cappello è bianco». (Ricordiamoci che ci possono essere solo, al massimo, due cappelli neri) B ha sentito la dichiarazione di A, e conclude che A può solo aver visto una delle tre seguenti possibilità: bianco bianco, nero bianco, bianco nero. B vede il colore del cappello di C, ma questo non lo aiuta a indovinare il colore del proprio cappello, quindi dichiara anche lui «non lo so» C ha sentito queste due dichiarazioni, quindi conclude (come B) che A non può aver visto due cappelli neri. Ma anche B ha dichiarato di non sapere di che colore è il proprio cappello. Quindi non può aver visto su C un cappello nero, in quanto, se lo avesse visto, avrebbe concluso, giustamente, che il proprio cappello è bianco. Quindi il colore del cappello di C è bianco.

Piattelli Palmarini Massimo