sabato 17 gennaio 2009

L'abitudine ci nasconde il vero aspetto delle cose
M.de Montaigne
Sinceramente nn credo che ci sia qualcuno che, con una seppur minima cognizione di filosofia novecentesca, non "storcerebbe" il naso (e anche qualcos'altro)davanti all'affermazione di Montaigne, per lo meno leggendo il termine "vero". Come ormai ben sappiamo, quest'epoca neo-scettica, ha messo (o per lo meno crede di) una solida pietra tombale su quel principio primo che, forse più di tutti, ha guidato e condizionato l'esperienza linguistica del mondo di noi occidentali:la verità. Bene, qualche riflessione. Indubbiamente, al di là delle più diverse teorizzazioni, il concetto che sta dietro il termine V.(verità) nn è morto, almeno nella quotidiana organizzazione che si da la nostra società. E' vero che hai contratto un mutuo?? E' falso che l'abbassamento del tasso di interesse variabile condizionerà la rata di questo mese? é vero che se non ti diplomi entro fine mese non avrai diritto all'ingresso nelle graduatorie? E' vero...??.Questi esempi servono a tenerci bene in mente come la V. sia uno dei termini verso cui tendono la maggior parte delle nostre discussioni ordinarie. Detto questo, che esprime il bisogno di V. della nostra quotidina esistenza, dobbiamo anche considerare quella consapevolezza, più o meno meditata, che si va facendo largo nella società post-moderna:la V.nn esiste...almeno è quanto ci ripete buona parte della filosofia continentale novecentesca...e allora??? Credo che lo iato tra i due aspetti della vicenda riguardi il carattere ineliminabile della configurazione linguistica del nostro esperire la realtà; questo carattere necessità di alcuni a-priori (la V. è uno di questi) che regolano e organizzano le modalità attraverso le quali si svolge quello che con Wittgenstein potremmo chiamare un gioco, il gioco del nostro stare al mondo. Detto questo, però, nn dobbiamo dimenticare che una delle caratteristiche (forse la caratteristica) del nostro sistema cerebrale, come in questi giorni i lettori italiani possono evincere da "Anelli dell'Io..." di Hofstadter (che presto recensirò), è il suo carattere ricorsivo, quindi la sua capacità di volgere su se stesso il suo sguardo. In realtà ciò che non esiste è l'Io come sostanza (per questo ricorre in questi blog il termine vacuità,esso è semplicemente un prodotto inevitabile ("emergente") di avere una coscienza sufficientemente complessa da potersi osservare, proprio come l'aritmetica è sufficientemente complessa da poter definire (una struttura isomorfica a) sé stessa al suo interno. Gli "strani anelli" sono proprio questi: strutture che si rivolgono dentro sé stesse a un livello sempre ulteriore.Definito ciò credo si possa discutere, e accettare il concetto di Verità, pur nella consapevolezza del suo essere un principio primo imperfetto, una vacuità necessaria al nostro esperire il mondo.

2 commenti:

Antonino Lomonaco ha detto...
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Antonino Lomonaco ha detto...

Quando un concetto viene assolutizzato raggiunge livelli che diventano paradossali e lo annullano. Questo succede, io credo, perchè un "concetto in se'" esiste solo come "rappresentazione ideale": nell'esperienza ogni cosa è, invece, in relazione ad ogni altra. Il problema della "Verità" nasce col Cristianesimo il quale pretendeva ( e pretende come tutte le religioni rivelate )di essere il suo depositario esclusivo. Questa posizione era nuova per la cultura classica, la quale era più incline alla ricerca della Virtù che a quella della Verità. In questo scontro, come sappiamo, la cultura classica e pagana, per vari motivi, ebbe la peggio ed il cristianesimo, col suo concetto di Verità assoluta, condizionò il successivo sviluppo culturale nei duemila anni che seguirono. Oggi posizioni anche distanti dal cristianesimo ripropongono la questione della Verità sia in senso positivo, affermandola in un modo o nell'altro, sia negandola, ma cadendo in complicazioni concettuali pessimistiche e svalutative della stessa Realtà. Personalmente ritengo che questo problema sia malposto, nel senso che la Realtà è ancora (fortunatamente) un meraviglioso Mistero e non vi è una Verità ultima su di essa. Viceversa esistono innumerevoli Verità particolari, legati all'esperienza empirica e quotidiana. I due concetti di Verità non coincidono perchè si propongono fini e aspettative diverse. La Verità assoluta era, ed è, l'ostacolo assoluto che fermava, e ferma, la Ricerca filosofica sulle cose e pesava sugli Uomini con lo strumento del "Peccato" come strumento di controllo sociale. Le Verità sono le esperienze giornaliere della nostra individualità che sanciscono il nostro esserci nel tempo e nello spazio. La Verità (paradossale e divertente) è che non esiste "una Verità" ma tante verità che interagendo fra esse ci danno esperienza del mondo da noi vissuto ed apprezzato perchè ogni momento è un nuovo momento e vi è un Dio che sorride.